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Resurrezione di Donna - Cap. 7


di Lauretta_Stefano
19.06.2026    |    317    |    8 8.0
""Prendilo tutto, puttana, " grugnì lui, afferrandola per i capelli e tirandole la testa all'indietro..."
Cari amici, cari lettori, spero che fin qui la storia vera che sto riportando vi stia piacendo, ma soprattutto vi stia trasferendo quella carica emotiva che la protagonista vive. Come ho già detto i vostri commenti sono per me fondamentali e, oltre a ringraziare chi lo ha già fatto, vi faccio preghiera di essere sempre di più. Solo per questo, senza la minima forma di alterigia, vi faccio una proposta: i prossimi capitoli li pubblicherò appena i commenti saranno almeno cinque. Non prendete questa proposta come un bisogno di apprezzamento, una forma di autoproclamazione per soddisfare il mio ego. In realtà è il mio bisogno atavico di confrontarmi con la realtà, di mettermi alla prova e di migliore critica dopo critica, apprezzamento dopo apprezzamento. Un bacio e un abbraccio reverenti. Lauretta

Le ultime due settimane, dopo aver fatto l'amore con Renato, o almeno quello che Fabiola credeva fosse amore, erano scivolate via come un sogno febbrile, un alternarsi di ombre e luci che aveva lasciato Fabiola stordita, sospesa in una nebbia di sensazioni contrastanti. Ogni giorno, sfruttando la mancanza di altri domestici alle dipendenze della Signora Rossi, ormai diventata insopportabile per chiunque, lei usciva di casa per le varie commissioni per poi passare alla lavanderia, tra il vapore e il profumo di detersivo.
Anche quello era ormai un rituale che, ogni giorno, si arricchiva di nuovi particolari. Anche quel giorno lei arrivò, si diresse autonomamente nel retrobottega, si inginocchiò sul pavimento freddo e attese Renato con il respiro già accelerato. Quando lui comparve sulla soglia, Fabiola si trascinò verso di lui, le mani che tremavano leggermente mentre slacciava i suoi pantaloni "voglio essere sempre io a liberare il tuo cazzo", e quel desiderio di servirlo le bruciava nelle vene in un modo che Marco non le aveva mai fatto provare. Con le labbra umide e socchiuse avvolse il suo sesso ancora flaccido, sentendolo pulsare e indurirsi contro la sua lingua, gonfiarsi di potenza tra le sue guance, e ogni fremito di quel cazzo che si risvegliava al piacere le ricordava che era lei a scatenare quel desiderio, che il suo corpo, la sua bocca, la sua abilità erano ciò che lui voleva in quel momento.
L'odore salmastro della sua pelle le riempì le narici, un profumo che le fece battere il clitoride con violenza. Lui l'afferrò per i capelli, quei lucenti capelli neri che lei curava con tanta dedizione, e le guidò il ritmo con brutalità calcolata, spingendole la testa verso il basso finché il respiro non le si spezzò in gola, finché gli occhi non le si velarono di lacrime. "Brava la mia troietta," le sussurrò con voce rauca, e quelle parole volgari le scossero il bassoventre, le fecero pulsare il sesso di un desiderio che Marco le aveva sempre negato, perché Marco la prendeva nella comodità della sua camera, freddo e meccanico, senza guardarla mai negli occhi, senza dirle che era bella, senza farle sentire che il suo piacere contasse qualcosa. Lei era solo un buco caldo, un oggetto di cui servirsi prima di voltarsi e russare.
Con Renato invece ogni gesto era un riconoscimento: lui la guardava con occhi carichi di desiderio animalesco, la commentava, le diceva quanto era brava a succhiare, come nessuna prima di lei. Anche quando la usava con durezza, anche quando la faceva soffocare col suo cazzo, c'era un'attenzione che Marco le aveva sempre rifiutato, perché lui la vedeva, desiderava proprio lei, Fabiola, con i suoi capelli neri e il suo corpo magro, con la sua bocca che sapeva fare miracoli. Quando lui le spingeva il viso contro il bacino, quando lei sentiva le lacrime scendere per la pressione, non era umiliazione pura: era il prezzo per essere finalmente desiderata per ciò che era, per come sapeva dare piacere, per la bellezza che qualcuno finalmente riconosceva.
La fame di essere usata, posseduta completamente, di appartenere a qualcuno che la volesse davvero, anche se solo per quei minuti sporchi e sacri, le bruciava nelle viscere con un'intensità che le faceva dimenticare il suo essere rozzo e sciatto. Con Marco era sempre lo stesso movimento, lo stesso silenzio, lo stesso vuoto mentre con Renato ogni volta era diverso, ogni volta lui trovava qualcosa di nuovo da lodare, da esigere, da prendere. E lei gliene era grata, pateticamente grata, per farla sentire finalmente una donna che valeva la pena di possedere.
Renato la scopava in modi che lei non aveva mai immaginato. La piegava sulle macchine industriali, con i pantaloni abbassati alle caviglie e le mutandine scostate, e la prendeva da dietro mentre il vapore li avvolgeva come una cortina opaca, mentre altre clienti erano in attesa nella lavanderia. Altre volte la faceva sedere sul bancone di piegatura sul retro, con le gambe spalancate appoggiate sulle sue spalle, e si chinava su di lei per leccarle la figa con una foga quasi violenta, mordendole le labbra gonfie e succhiandole il clitoride finché lei non veniva gridando, senza preoccuparsi che qualcuno potesse sentire. E poi c'erano le volte in cui la girava, le faceva appoggiare le mani sul muro e le allargava le natiche con le sue mani grandi, per poi affondare lentamente nel suo culo, nel "culo più bello che abbia mai scopato in vita mia", godendo dei suoi gemiti di puro piacere.
Fabiola aveva imparato a prepararsi. Ogni mattina si svegliava presto, si inseriva il plug anale che aveva comprato, lasciandolo dentro per ore, abituando il suo corpo a quella sensazione di pienezza, a quella invasione costante. Quando finalmente Renato la prendeva da dietro, lei era pronta, il suo ano si apriva come un fiore carnivoro, accogliendo la sua asta con una facilità che la faceva sentire sporca e meravigliosamente depravata. "Ti stai trasformando nella mia puttana perfetta," le sussurrava lui all'orecchio mentre la montava, e lei rispondeva con un gemito roco, perché sapeva che era vero, stava diventando esattamente quello che lui voleva, e nel farlo aveva la convinzione che stesse diventando qualcos'altro, qualcosa di più vicino alla donna libera che, prima di Renato, non credeva neppure di poter sognare di essere.
La sera, però, tornava alla sua prigione dorata. Marco la aspettava nella sua stanza, e Fabiola si presentava a lui con indosso gli abiti da puttana che la obbligava a comprare: il vestito di vinile nero, o la minigonna inguinale con un top a fascia così stretto che le copriva a malapena i capezzoli turgidi. Indossava sempre le calze a rete che segnavano la sua pelle olivastra e le scarpe con il tacco quattordici che la facevano camminare come una prostituta di strada, i glutei sodi che ondeggiavano ad ogni passo. Lui la guardava con occhi velati di desiderio malato, la lingua che gli scivolava sulle labbra mentre la valutava dalla testa ai piedi, e qualcos'altro, un senso di possesso crudo che la faceva sentire come un oggetto da usare, una bambola gonfiabile che gli apparteneva e che poteva piegare a piacimento. Ma Marco non sapeva. Non sapeva che mentre lui le affondava dentro con spinte violente, mentre le ordinava di girarsi e di aprirgli il culo con le dita che le lasciavano lividi, mentre le veniva nella bocca facendole ingoiare ogni goccia amara con il pugno stretto nei suoi capelli, lei stava pensando a Renato. Stava pensando alla libertà che l'aspettava oltre quella villa maledetta, oltre quella famiglia che l'aveva usata e umiliata per anni, immaginando le mani di lui sui suoi fianchi invece di quelle di suo marito. Il solo momento in cui Renato usciva dalla sua mente, era quando infilava il plug nel culo di Marco, sentendo il suo respiro spezzarsi in un gemito umiliato, per poi muoverlo con crudele lentezza osservando il potere che aveva su di lui in quell'istante, perché quello era l'unico istante in cui sentiva di avere lei il controllo, lei che decideva, lei che dominava.
Le due settimane passarono in un turbine di incontri clandestini e notti violente. Fabiola aveva sviluppato una routine che le si era incisa nel corpo come un secondo respiro: alzarsi all'alba, infilarsi il plug con quel brivido di umiliazione che ormai la eccitava, muoversi per la villa con la presenza costante tra le natiche, svolgere le faccende domestiche con l'eccitazione che le gocciolava addosso, svegliare Marco per svuotarlo con la bocca e ricevere quella crema per il corpo che le donava lucentezza e morbidezza. Poi usciva, correva alla lavanderia, e lì, tra i cumuli di lenzuola sporche e il ronzio delle macchine, si abbandonava a Renato.
Era con lui che accadeva il vero miracolo. Quel corpo massiccio, quella pancia che le schiacciava il ventre quando la prendeva da sopra, quelle mani grandi e ruvide che le stringevano i fianchi, quel cazzo così spesso da farle sentire le pareti dilatarsi e adattarsi, tutto questo ricostruiva Fabiola pezzo per pezzo. Ogni spinta la riportava a sé stessa, ogni "brava troia" sussurrato con quella voce suadente le ricordava che esisteva un mondo bellissimo al di fuori della gabbia dorata di Marco.
Renato la scopava senza pietà, appoggiata contro i secchi della biancheria sporca, con le ginocchia che sbattevano sul pavimento di cemento, e lei sentiva le fratture antiche ricomporsi sotto la violenza del piacere. Quando lui la prendeva a pecorina, affondandole le dita nella carne del culo per usarla, Fabiola sentiva qualcosa di spezzato dentro di lei tornare al suo posto. Non tutto, non ancora, ma frammenti preziosi di un'identità che Marco le aveva rubato. Il suo orgasmo arrivava sempre prima di quello di Renato, un'ondata che le scombussolava le viscere e la faceva gridare senza badare ai vicini, alle telecamere, al pericolo. E quando lui le veniva nel culo, con quel grugnito animale che la eccitava ogni volta di più, lei sentiva il caldo dello sperma come una sigillatura, un patto di sangue scritto con il desiderio.
Tornava alla villa con la figa ancora pulsante, il sesso gonfio e dolorante, il sapore del suo sperma che le persisteva in bocca come un sigillo irremovibile. Marco la trovava docile, pronta, e la sera si trasformava nella sua puttana con una facilità che la disgustava. Lui la usava con quella brutalità ormai meccanica, prevedibile, noiosa, sempre le stesse posizioni, gli stessi insulti, lo stesso disinteresse per il suo piacere. L'unica differenza era che non portava più altre donne in casa, convinto di possedere una moglie trasformata in troia universale, ignaro che quella stessa troia stesse contando i giorni, che ogni sua spinta la avvicinasse alla fuga, che ogni suo sguardo negli occhi di lei incrociasse solo il riflesso di un uomo che stava per diventare un ricordo.
Fu in quel contesto che Fabiola chiamò Alessandro. Erano passate due settimane dall'ultima volta che avevano parlato, perché quello le permetteva la suocera. La Signora Rossi, sempre più arcigna e insopportabile, aveva fatto cambiare numero al nipote, e solo ogni due settimane permetteva a Fabiola di chiamare il figlio, attraverso un cellulare sul quale non poteva leggere il numero. Quella distanza, quei giorni senza sentirlo, le facevano sentire un vuoto nel petto che nessuna scopata avrebbe potuto colmare, nessuna speranza di libertà poteva alleviare. Ogni notte restava sveglia a fissare il soffitto, pensando al suo volto, alla sua voce, chiedendosi se lui pensasse ancora a lei. Suo figlio. L'unica persona che avesse mai veramente amato, l'unica ragione per cui aveva sopportato anni di umiliazioni, di silenzio, di mani addosso che non voleva. Prese il telefono con le mani che tremavano leggermente, mentre gli occhi le bruciavano per le lacrime che non voleva versare. Ascoltò gli squilli di attesa, ognuno dei quali sembrava durare un'eternità, mentre il cuore batteva così forte da farle male, da toglierle il respiro, da farle temere di svenire prima ancora di sentire la sua voce.
"Pronto?" La voce di Alessandro era fredda, distante, una lama di ghiaccio che le trafisse il petto.
"Alessandro, sono la mamma." Fece una pausa, cercando le parole giuste. "Come stai? È tanto che non ci sentiamo."
"Sto bene. Ho molto da fare." Il tono era reciso, come se lui volesse chiudere la conversazione prima ancora che iniziasse.
Fabiola strinse il telefono più forte, sentendo le nocche sbiancare. "Mi manchi tanto sai? E a te? Ti manca la mamma? Anche solo un po'?" La domanda uscì più disperata di quanto avesse inteso, un'ammissione di debolezza che avrebbe voluto tenere nascosta.
Dall'altra parte ci fu un silenzio, poi una risata amara. "Non ho tempo per queste cose, mamma. Devo studiare. Devo prepararmi per passare subito alle medie. Non posso pensare a queste cose da bambini." Ogni parola era una pietra che veniva scagliata contro di lei, un colpo che la faceva barcollare.
"Cose da bambini?" La voce di Fabiola si incrinò. "Ale, ma tu sei un bambino, il mio bambino"
"Un bambino? Io sono qui per diventare un uomo straordinario, per essere un vero Rossi, non per essere un bambino" La interruppe lui, con una durezza che non gli aveva mai palesato prima. "Ma io sono la tua mamma, sarai sempre il mio bambino" rispose Fabiola con la voce rotta. "La mia mamma? A me sembra che tu sia solo una donna che fa di tutto per ripagare chi l'ha accolta, eseguendo ordini senza dignità! E comunque non ho tempo per queste cose sentimentali. Devo andare." E con questo, riattaccò.
Fabiola rimase con il telefono in mano, il segnale di linea che le riempiva l'orecchio come un lamento funebre. Le lacrime le rigavano le guance, calde e salate, e lei non fece nulla per fermarle. Si lasciò scivolare sul pavimento, con la schiena contro il muro, e pianse, un pianto silenzioso, disperato, che veniva da un posto profondo dentro di lei, un posto che pensava di aver sepolto anni prima.
Quello che Fabiola non poteva sapere era che quella freddezza non era opera sua, né di Alessandro. Era il risultato di mesi di manipolazione, di veleno somministrato goccia dopo goccia. Ogni giorno, puntualmente, la suocera chiamava Alessandro. E ogni volta che lui accennava alla madre, ogni volta che la sua voce si ammorbidiva nel pronunciare quella parola, "mamma", lei interveniva con la stessa frase, ripetuta come una litania tossica: "Tu sei un Rossi, Alessandro. Non puoi più pensare alla mamma. Devi essere forte e dimostrare che sei all'altezza della tua famiglia, non come quella buona a nulla di tua madre." La voce della Signora Rossi era melliflua, quasi gentile nella sua crudeltà. "E poi lei può chiamarti quando vuole, se non lo fa è perché non le interessi. Se ti volesse bene davvero, ti chiamerebbe ogni giorno. Invece niente, si fa viva solo quando le ricordo di farlo, perché non vale nulla neppure come madre."
Alessandro, che non poteva sapere che erano bugie, che alla madre non veniva consentito di chiamarlo ogni giorno, iniziò a credere a quella versione della realtà. Era più facile credere che sua madre non lo amasse, che fosse egoista e assente, piuttosto che ammettere che la famiglia in cui viveva stava distruggendo il suo unico vero legame d'amore. Così, lentamente, il suo cuore si indurì. E quando Fabiola chiamò, quella durezza trovò la sua espressione definitiva, un muro di ghiaccio che la lasciò fuori, sola e disperata.
Fabiola si asciugò le lacrime con il dorso della mano, un gesto che le ricordò quando era bambina e si nascondeva nel bagno dopo gli schiaffi del patrigno. Come allora non aveva nessuno che la consolasse. Non aveva nessun posto dove scappare. O forse ... un pensiero si fece strada nella sua mente, lentamente, ... forse un posto c'era.
Si alzò in piedi, pulendosi il viso con la manica del solito camicie grigio, che ormai era la sua divisa da carcerata. Prese la borsa, controllò allo specchio di avere ancora un aspetto presentabile, prima di indossare un semplice paio di jeans e un maglione di cotone, e uscì, senza dire nulla a nessuno, senza chiedere il permesso, come mai prima. Guidò attraverso le strade di Padova, passando davanti a negozi che chiudevano, a gruppi di ragazzi che ridevano seduti ai tavolini dei bar, a coppie che si tenevano per mano. Tutti sembravano avere un posto dove andare, qualcuno che li aspettava. Lei aveva solo Renato, ma in quel momento non le sembrò abbastanza.
Arrivò alla lavanderia quando il sole stava tramontando, tingendo il cielo di arancione e viola. La saracinesca era ancora alzata, e attraverso il vetro poté vedere Renato che si muoveva tra le macchine, controllando i cicli di lavaggio con un'espressione concentrata. Sembrava quasi un uomo normale, quasi una persona che lavorava onestamente, ma Fabiola sapeva che sotto quella facciata c'era qualcosa di molto più complicato, qualcosa di cui aveva scelto di non preoccuparsi perché lui, e solo lui, aveva dimostrato di desiderarla, di volerla, di provare puro piacere per la sua presenza.
Entrò senza bussare, e lui alzò lo sguardo con un sorriso che gli increspò le labbra. "Ehi, la mia principessa preferita." La sua voce era suadente, un mormorio che sembrava fatto apposta per farle dimenticare tutto il resto. "Vieni qui, fatti vedere."
Fabiola si avvicinò, e lui la prese per la vita, attirandola a sé. Puzzava di sudore e di detersivo, ma lei non ci fece caso, ormai era diventato un odore familiare, quasi rassicurante. "Devo parlarti," disse lei, con una voce che suonava più calma di quanto si sentisse.
"Parlare?" Renato inarcò un sopracciglio, poi sorrise. "Certo, possiamo parlare. Ma prima ..." Le sue mani scesero verso il suo culo, stringendole le natiche attraverso la stoffa dei jeans. "Prima lascia che ti dimostri quanto mi sei mancata."
Fabiola si scostò appena quel tanto che bastava per guardarlo negli occhi. "Renato, dico sul serio. Ho bisogno di sapere, di capire se ... hai trovato qualcosa? Un posto dove andare lontano da qui?" La sua voce tremò sull'ultima parola, tradendo l'urgenza che cercava di nascondere.
Renato la studiò per un momento, poi annuì lentamente. "Sì," disse, con un tono che era diventato improvvisamente serio. "Sì, ho trovato qualcosa per noi, anzi per te." Si staccò da lei e andò verso il bancone, dove prese un foglio piegato che stava sotto il registro delle lavatrici. "Ho venduto la lavanderia. Il contratto è stato firmato oggi dopo pranzo, così ho potuto fermare questo" Le porse il foglio, e lei vide che era la stampa di un annuncio immobiliare, un appartamento a Mestre, tre stanze, seconda piano con ascensore.
"È nostro," continuò Renato, guardandola con occhi che brillavano di qualcosa che lei non riuscì a decifrare. "L'ho preso per te, per noi. Possiamo andarci quando vuoi. Io ..." fece una pausa, passandosi una mano tra i capelli radi, "io voglio che tu venga con me, Faby. Vuoi venire?"
Fabiola guardò il foglio, poi guardò lui. Le parole di Alessandro le risuonavano ancora nelle orecchie, "Non ho tempo per queste cose", e sentì una fitta al petto, un dolore sordo che si mescolava a un senso di liberazione crescente. Se non aveva più l'amore del figlio, se Alessandro l'aveva scacciata come un cane fastidioso, cosa la tratteneva ancora lì? Cosa la legava ancora a quella famiglia maledetta, a quella vita che l'aveva consumata un pezzo alla volta?
Niente. La risposta era semplice, terrificante nella sua semplicità. Non c'era più niente che la tenesse legata ai Rossi. Solo catene invisibili che lei stessa aveva contribuito a forgiare, anno dopo anno, sopportazione dopo sopportazione. Ma ora quelle catene potevano essere spezzate.
"E' l'unica cosa che voglio" disse, e la sua voce non tremò. "Stare con te, coccolarti come una madre e farmi scopare come una puttana, Renato. Non ho più niente qui."
Lui sorrise, un sorriso che gli trasformò il viso, facendolo sembrare quasi giovane. "Sei sicura? Non potrò mai darti lusso, dovremo vivere con poco, non come sono abituati i Rossi". Lei lo guardò con un sorriso amaro "A confronto sarà come vivere nel castello del re, del mio re." Renato rimase in silenzio, come per assaporare quelle parole, prima di parlare di nuovo. "Bene," disse. "Molto bene." Poi le prese il viso tra le mani e la baciò, con un bacio ruvido, che sapeva di tabacco e di desiderio. "Ma prima," mormorò contro le sue labbra, "prima festeggiamo. Fammi vedere che hai scelto veramente, Faby. Fammi vedere che sei davvero pronta a essere mia."
Fabiola non esitò. Si inginocchiò davanti a lui, proprio lì, sul pavimento piastrellato della lavanderia, e gli slacciò i pantaloni con mani che avevano imparato a fare quel gesto con precisione. Il suo cazzo era già mezzo duro, e lei lo prese in bocca senza preliminari, facendolo scivolare sulla sua lingua fino in fondo alla gola. Renato gemette, affondandole le dita nei capelli, e iniziò a muoversi, lentamente all'inizio, poi con sempre più forza, scopandole la bocca come se fosse un altro buco da usare. "Così, cazzo, proprio così," grugnì lui, guardandola dall'alto con occhi vitrei. "Sei una troia nata, Faby. La mia troia." Lei rispose con un gemito vibrante che gli percorse l'asta come una scossa elettrica, e lui accelerò il ritmo, spingendole il cazzo così in fondo che lei dovette lottare contro l'impulso di vomitare. Ma non si tirò indietro, non voleva farlo. Voleva essere usata, voleva essere presa, voleva che capisse che era pronta a tutto per dimostrargli la sua gratitudine.
Quando sentì che stava per venire, Renato le afferrò la testa con entrambe le mani e la tenne ferma, sborrando nella sua bocca con un ruggito che echeggiò tra le pareti della lavanderia. Caldo, denso, abbondante, e Fabiola lo inghiottì tutto, continuando a succhiare anche dopo che lui aveva finito, leccando ogni goccia come se fosse la cosa più preziosa del mondo. Poi si tirò indietro, si asciugò le labbra con il dorso della mano, e lo guardò con occhi che bruciavano di desiderio.
"Non ho finito con te," disse lei, con una voce che non sembrava la sua, più profonda, più roca, carica di una determinazione che non aveva mai conosciuto. "Voglio che mi scopi. Voglio che mi scopi in tutti i buchi, Renato. Voglio che mi usi come una puttana, come la tua puttana."
Renato la guardò, e per un momento sembrò sorpreso, poi il suo viso si distese in un sorriso predatorio, forse inquietante perché sembrava nascondere un senso di trionfo, un pensiero che Fabiola non capiva, ma che nella testa di Renato ronzava da tempo "finalmente ce l'ho fatta, adesso è mia e ne farò la mia puttana. "Oh, Faby," disse, passandosi la lingua sulle labbra. "Questo è quello che volevo sentire." La afferrò per un braccio e la tirò in piedi, poi la spinse verso il retro della lavanderia che ormai era diventata la loro alcova. "Spogliati," le ordinò. "Voglio vedere tutto."
Fabiola ubbidì. Si sfilò la maglietta, rivelando un casto reggiseno di cotone bianco, poi si slacciò i jeans e li fece scivolare lungo le gambe, mostrando le mutandine di cotone già umide che lasciavano intravvedere le labbra del suo sesso gonfie di desiderio. Renato fischiò, un suono di apprezzamento che la fece sentire potente e vulnerabile allo stesso tempo. "Girati," disse lui, e lei si voltò, mostrandogli il suo culo sodo, le natiche che sembravano fatte per essere afferrate e spanate mentre toglieva la biancheria rimasta.
"Brava," mormorò Renato, poi la spinse in avanti, facendola appoggiare con le mani sullo scaffale di metallo. "Allarga le gambe." Lei ubbidì, sentendo l'aria fresca del magazzino che le accarezzava il sesso nudo. Renato si avvicinò, e lei sentì le sue mani che le afferravano i fianchi, poi il suo cazzo che le scivolava tra le cosce, strofinandosi contro le sue labbra bagnate senza entrare. "Vuoi questo?" le chiese, con una voce che era diventata roca. "Vuoi che ti scopi?"
"Sì," gemette lei, spingendosi all'indietro, cercando di prenderlo dentro di sé. "Sì, ti prego, scopami. Sono la tua puttana, Renato. Scopami come merito."
Lui rise, un suono basso e gutturale, poi la penetrò con un colpo solo, un colpo che la fece gridare di piacere e dolore mescolati, perché lo sentiva grande, più grande di quanto ricordasse, e il suo sesso non era ancora completamente pronto. Ma non le importava. Voleva sentirlo, voleva sentirlo tutto, fino in fondo. Renato iniziò a muoversi con un ritmo brutale, affondava fino alle palle per poi uscire lentamente e tornare a colpire, sbattendo il suo corpo contro quello di lei con una forza che faceva tremare lo scaffale, mentre i flaconi di detersivo tintinnavano sinistri.
"Prendilo tutto, puttana," grugnì lui, afferrandola per i capelli e tirandole la testa all'indietro. "Prendi questo cazzo nel la tua fica bagnata. È questo che volevi, vero? È per questo che sei venuta qui."
Fabiola non poteva rispondere, poteva solo gemere, ansimare, lasciare che i suoni del suo piacere riempissero il magazzino. Sentiva l'orgasmo che cresceva dentro di lei, una marea che saliva dal profondo del suo ventre, e si abbandonò completamente alla sensazione. Quando venne, fu con un urlo che le graffiò la gola, un urlo che conteneva tutto il dolore, la rabbia, la disperazione che quel giorno era diventata insopportabile, e anche qualcosa di nuovo, qualcosa che assomigliava alla liberazione.
Renato non si fermò. Continuò a scoparla attraverso l'orgasmo, prolungando le ondate di piacere fino a quando lei non fu solo un corpo tremante, incapace di articolare parole. Poi si tirò fuori e la girò, facendola sedere sul divanetto. "Ora la bocca," disse, e le spinse il cazzo tra le labbra. Lei lo accolse con un gemito, sentendo il sapore del proprio sesso mescolato al suo, e iniziò a succhiare con una foga disperata, come se cercasse di estrarre da quel gesto qualcosa che non riusciva a nominare.
Ma Renato aveva altri piani. Si tirò indietro dopo pochi minuti, con il cazzo che brillava dei suoi fluidi e della saliva di lei. "Girati di nuovo," ordinò. "Voglio il tuo bel culo da troia."
Fabiola sentì un brivido di eccitazione e paura correrle lungo la schiena. Si girò, inginocchiandosi sul divano, e sentì le mani di lui che le allargavano le natiche. Poi sentì qualcosa di freddo e bagnato sul suo ano. Guardò dietro di sé e vide che Renato aveva preso una bottiglia di birra da un cesto che stava per terra, e la stava usando per versare il liquido sul suo buco.
"Ti voglio bagnata," disse lui, con un sorriso indecifrabile che gli scopriva i denti. "Ti voglio pronta per tutto." Poi posò la bottiglia e iniziò a lavorare il suo ano con le dita. Prima una, poi due, allargandola con movimenti circolari che la fecero ansimare. Quando fu pronto, prese il cazzo e lo posizionò contro il suo buchetto, contro l'anello di carne e muscoli, e poi spinse.
Fabiola gridò, un grido di puro piacere. Lo sentiva grosso, più grosso di quanto si fosse preparata, e sentiva ogni centimetro che la allargava, che la invadeva come se la consapevolezza che fosse diventata sua in tutto e per tutto, avesse reso quel cazzo ancora più potente. Ma contemporaneamente, sentiva una sensazione di pienezza che le faceva pulsare il clitoride, che le faceva desiderare di più. "Ti prego," gemette, senza sapere bene cosa stesse chiedendo. "Ti prego, Renato, scopami. Fammi male. Fammi sentire tutto."
Renato sembrava aspettasse, anzi che pretendesse quella richiesta. Iniziò a muoversi con un ritmo brutale, sbattendo il suo cazzo dentro e fuori dal suo culo con una forza che le faceva vedere le stelle. Poi, con sua sorpresa, lo sentì ridere, un suono soddisfatto che le fece alzare lo sguardo. "Guarda qui," disse lui, e lei vide che aveva ripreso la bottiglia di birra. "Voglio provare una cosa."
Prima che lei potesse reagire, Renato aveva posizionato la bottiglia davanti al suo sesso. La guardò negli occhi, con un sorriso che era quasi una sfida, poi spinse, facendo scivolare il collo della bottiglia dentro la sua fica. Fabiola gridò, un suono animalesco, perché era piena, completamente, assolutamente piena. Il cazzo di Renato nel suo culo, la bottiglia nella sua fica, e la sensazione di essere usata in un modo che non aveva mai immaginato.
"Porca troia, sei ancora più stretta così," gemette Renato, iniziando a muoversi, spingendo il cazzo e la bottiglia in alternanza, creando un ritmo che le faceva perdere la testa. "Ti piace, vero? Ti piace essere la mia puttana, farti riempire come una troia."
Fabiola non riusciva più a parlare, poteva solo gemere, ansimare, abbandonarsi alla sensazione di essere completamente posseduta. Sentiva un altro orgasmo che cresceva dentro di lei, più intenso del primo, e quando esplose fu come se il mondo intero si dissolvesse, ci fu solo piacere, un piacere che la consumava completamente, che la lasciata svuotata e tremante.
Renato venne poco dopo, con un ruggito che sembrava strappato dal profondo del suo petto, riempiendo il suo culo con getti caldi di sperma che lei sentiva pulsare contro le sue pareti interne. Poi si accasciò su di lei, con il petto che si alzava e si abbassava per il respiro affannoso, e rimasero così per un momento, due corpi uniti, sudati, caldi ed esausti, facendo sentire Fabiola finalmente parte di qualcosa, padrona di un pezzo della sua vita.
Quando finalmente si separarono, Fabiola si voltò a guardarlo. Aveva le gambe che tremavano, la figa e il culo che pulsavano per quell'uso nuovo ed intenso, ma si sentiva, stranamente, completa. Come se avesse trovato qualcosa che non sapeva di aver perso.
"Allora," disse Renato, con un sorriso soddisfatto mentre beveva la birra rimasta nella bottiglia mescolata con il godimento di Fabiola. "Sei pronta? Vuoi venire con me?"
Fabiola lo guardò. Guardò quell'uomo che non era bello, non era elegante e la voleva puttana, voleva scoparla in ogni modo, con un desiderio animale, come nessuno prima, che con una calma serafica beveva i suoi umori da quella bottiglia con cui l'aveva scopata. Ma, soprattutto, che le aveva offerto qualcosa che non pensava potesse esistere per lei: una via d'uscita.
"Sì," disse lei, con una voce che era diventata improvvisamente ferma. "Sono pronta. Se tu mi vuoi, Renato, io vengo con te. Non ho più niente qui, nessuno che mi aspetta, nessuno che mi ama. Ma con te ..." fece una pausa, cercando le parole giuste, "con te ho la possibilità di essere qualcun altro. Di ricominciare da qualche parte che non sia questo inferno."
Renato la studiò per un lungo momento, poi annuì. "Bene," disse. "Allora si parte. Domani chiudo definitivamente qui, e avrò le chiavi della casa a Mestre. Una nuova vita, Faby. Per entrambi. Appena sarai pronta verrò a prenderti." Le porse la mano, e lei la prese, con una stretta che era quasi un patto, una promessa che non sapeva se sarebbe stata mantenuta. "Lunedì mattina Renato. Lunedì mattina alle sei, io sarò davanti a villa Rossi. Se ci sarai verrò via con te, sarò tua, sarò ciò che tu vorrai."
Mentre tornava verso villa Rossi, verso la sua prigione, con le luci della città che iniziavano ad accendersi, Fabiola sentì chiaramente la speranza, una speranza fragile, incerta, ma viva. Era abbastanza per sentirsi libera.
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